La dieta a basso contenuto di istamina rappresenta un importante strumento nutrizionale nel trattamento dei disturbi funzionali intestinali, in particolare nei soggetti affetti da sindrome dell’intestino irritabile (IBS), soprattutto quando i sintomi si associano a reazioni simil-allergiche, infiammazione persistente e ipersensibilità viscerale. Sempre più evidenze cliniche mostrano come un’alterata gestione dell’istamina a livello intestinale possa contribuire in modo significativo a gonfiore, dolore addominale, diarrea, nausea, cefalea, stanchezza e disturbi cutanei.
Cos’è l’istamina e perché può creare problemi
L’istamina è una molecola biologicamente attiva coinvolta in numerosi processi fisiologici: regolazione della risposta immunitaria, secrezione gastrica, funzione intestinale e risposta infiammatoria. Viene prodotta naturalmente dall’organismo e introdotta anche attraverso l’alimentazione. In condizioni di equilibrio, l’istamina viene metabolizzata principalmente dall’enzima DAO (diaminossidasi) a livello intestinale.
Nei soggetti con IBS, disbiosi intestinale o aumentata permeabilità intestinale, questo sistema può risultare compromesso. Una ridotta attività della DAO o un eccesso di istamina introdotta con la dieta possono portare a un accumulo sistemico della sostanza, scatenando sintomi che spesso mimano reazioni allergiche pur non essendo vere allergie.
Il legame tra intestino, istamina e infiammazione
L’intestino rappresenta il principale luogo di produzione e metabolizzazione dell’istamina. Quando la mucosa intestinale è infiammata o alterata, come avviene frequentemente nella sindrome dell’intestino irritabile, la capacità di degradare l’istamina si riduce. Questo porta a una maggiore permeabilità intestinale e a una risposta infiammatoria amplificata, che può manifestarsi non solo a livello gastrointestinale, ma anche sistemico.
Sintomi come gonfiore addominale, dolore, diarrea, reflusso, nausea, cefalea, stanchezza cronica, orticaria, prurito o rossori cutanei possono essere espressione di un sovraccarico istaminico, spesso misconosciuto.
In cosa consiste la dieta a basso contenuto di istamina
La dieta a basso contenuto di istamina ha come obiettivo la riduzione dell’apporto di alimenti che contengono elevate quantità di istamina o che ne favoriscono il rilascio endogeno. Tra questi rientrano alimenti fermentati, stagionati, conservati o sottoposti a lunga maturazione, come formaggi stagionati, salumi, alcolici, pesce conservato, pomodori, melanzane, cioccolato e alcuni tipi di frutta.
Parallelamente, il protocollo alimentare prevede l’introduzione di alimenti freschi, poco processati e ben tollerati, in grado di sostenere la funzione intestinale e ridurre il carico infiammatorio complessivo. La qualità, la freschezza e la modalità di conservazione degli alimenti rivestono un ruolo fondamentale, poiché l’istamina tende ad aumentare con il tempo e la fermentazione.
Un approccio in due fasi: esclusione e reintroduzione
Come per la dieta Low FODMAP, anche la dieta a basso contenuto di istamina non deve essere intesa come un regime restrittivo permanente. La prima fase prevede una riduzione mirata degli alimenti ad alto contenuto di istamina, con l’obiettivo di ridurre i sintomi e consentire un recupero della funzione intestinale. In questa fase è fondamentale lavorare in parallelo sul riequilibrio del microbiota e sulla riduzione dell’infiammazione della mucosa.
Successivamente, si procede con una fase di reintroduzione graduale e personalizzata, durante la quale gli alimenti vengono testati uno alla volta per valutare la tolleranza individuale. Questo approccio consente di ampliare progressivamente la varietà alimentare, evitando restrizioni inutili e favorendo un’alimentazione sostenibile nel lungo periodo.
Il ruolo del nutrizionista
La gestione di una dieta a basso contenuto di istamina richiede competenza ed esperienza, poiché i sintomi possono sovrapporsi ad altre condizioni come SIBO, IBS o intolleranze alimentari. Il nutrizionista specializzato svolge un ruolo fondamentale nell’inquadrare correttamente il quadro clinico, personalizzare il piano alimentare e guidare il paziente in un percorso di riequilibrio graduale e consapevole. L’obiettivo finale non è eliminare alimenti in modo permanente, ma ristabilire una buona tolleranza intestinale, ridurre l’infiammazione e migliorare la qualità della vita.


